La mia passione per le gocce

Ciao a tutti, vi presento alcune foto scattate in questi mesi di continue ricerche e sperimentazioni sulle gocce statiche. Per chi vuole approfondire rimando all’articolo (https://goccediluceblog.wordpress.com/2018/09/13/macrofotografia-gocce-statiche/ ) in cui spiego come si effettuano questi scatti. Spero vi piacciano. A presto 🙂



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FOCUS PEAKING

Ciao a tutti, oggi vi parlo di una funzione che hanno molte reflex ma di cui pochi conoscono l’esistenza.

Il Focus Peaking è un aiuto utilissimo che si ha in Live View per controllare cosa si sta mettendo a fuoco. Alcune macchine hanno la funzione specifica richiamabile dal menu, mentre altre lo posseggono ..’nascosto’, come la mia D750.

Ma vediamo prima di capirne meglio la sua utilità nella pratica: chiunque si approccia al mondo della macrofotografia sa bene quanto sia difficile trovare la giusta messa a fuoco e…mantenerla. Con questo sistema si ha un ottimo aiuto per definire la parte dell’immagine che verrà messa a fuoco. La macchina infatti riconosce, tramite un’immagine di contrasto, gli elementi a fuoco mettendoli in evidenza e contornandoli, in Live View, con un colore, che varia a seconda delle marche.

Chi ha una macchina con questa funzione non deve far altro che attivarla nel menu del Live View; chi invece, come me, possiede una Nikon D750 che non ha questa funzione specifica, deve ‘sfruttare’ un’altra funzione che è ‘nascosta’ in un modo di ripresa. Vediamo come fare, passo dopo passo.

  • Attiviamo il Live view
  • Impostiamo la macchina (e l’obiettivo) su manual focus
  • Scegliamo come modo di ripresa EFFECTS, poi “Bozzetto a colori”
  • Impostiamo il valore di “contrasto” al massimo
  • Diamo anche i valori di Tempo, Apertura diaframma e ISO
  • A questo punto ingrandendo l’immagine sullo schermo attraverso zoom +, possiamo avere un controllo precisissimo sulla messa a fuoco osservando i contorni scuri degli oggetti; quelli saranno i nostri punti di messa a fuoco
  • Ora, prima di scattare, non dobbiamo fare altro che, tenendo la macchina ferma per evitare di perdere il punto di messa a fuoco, passare al modo di ripresa M.

Questa funzione può essere molto utile anche quando si effettuano riprese al buio ed è difficile verificare correttamente la messa a fuoco…

Ciao, alla prossima.. 🙂

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Macrofotografia – gocce statiche

Ciao a tutti e benvenuti in questo spazio. L’articolo di oggi è dedicato ancora alla macrofotografia ma nello specifico alle gocce.

Abbiamo già parlato in generale della tecnica da utilizzare per questo tipo di fotografia, per cui possiamo passare ad un’applicazione diretta, ‘sul campo’.

Chi sperimenta il tema delle gocce per la prima volta, molto spesso non ne potrà più fare a meno; il micromondo delle ‘sfere liquide’ è entusiasmante, e con pazienza ed applicazione si possono ottenere dei risultati strabilianti.

Sto parlando di quegli scatti in cui il vero protagonista è la goccia di liquido, in cui si rifrange un’immagine. Abbiamo visto spesso fotografie, nell’ambito naturalistico, in cui per lo più i fiori si specchiano (ribaltandosi) nelle gocce poste sulle foglie o sui petali di altri fiori.

Ebbene, oggi impareremo a riprodurre questi scatti.

Innanzitutto non esiste un solo metodo, come al solito, ma bisogna adattarsi alle situazioni che di volta in volta si trovano (se operiamo in natura); se invece operiamo all’interno ricreando in maniera studiata delle situazioni favorevoli e controllate, possiamo applicare la tecnica che più ci piace.

Cominciamo dalla goccia (o dalle gocce); ho parlato di liquido e non di acqua, perchè non si utilizza solo acqua! Se ci troviamo in esterno e troviamo rugiada o anche il residuo della pioggia sui petali o sulle foglie che vogliamo immortalare e se riteniamo che non abbiamo bisogno di altro, allora possiamo procedere. Se invece ci troviamo in interno per ricreare un’ambientazione controllata o se siamo comunque in esterno ma ci manca la rugiada o la pioggia, allora interviene l’azione nostra, necessaria. Saremo noi a porre ad arte una o più gocce sul punto voluto: ma gocce di che? Ci sono tre risposte: a) acqua; b) soluzione fisiologica; c) glicerina. La seconda è più ‘pura’ dell’acqua di rubinetto, e dovrebbe essere più trasparente. La terza, tenuta in frigorifero, dovrebbe assicurare una maggiore tenuta e una dimensione maggiore della goccia. Utilizzo il condizionale perchè in teoria è così, ma per ottenere degli ottimi risultati bisogna tenere sempre in cosiderazione tanti altri fattori.

Altra soluzione ancora, in esterno o in interno, è quella di nebulizzare con uno spruzzino un po’ di acqua sul soggetto, così da avere tantissime gocce di varie dimensioni e posizionate un po’ ovunque.

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Rosa nebulizzata con acqua: non tutte le gocce possono essere a fuoco con un unico scatto

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Goccia di soluzione fisiologica posizionata su petalo di rosa (in esterno)

In qualsiasi caso, ci serviranno tutti gli ‘ingredienti’ elencati a proposito dell’articolo sulla macrofotografia in generale, ossia:

  • Una reflex
  • Un obiettivo macro
  • Un treppiede
  • Un flash a slitta, possibilmente con trigger per posizionarlo dove ci serve realmente
  • Un comando remoto di scatto
  • Una quasi totale assenza di vento (per scatti in esterno)
  • Una dose enorme di pazienza….

Altri ingredienti non esattamente necessari, ma auspicabili sono:

  • Un’app (per smartphone o tablet da collegare alla fotocamera per avere lo schermo del dispositivo connesso come ‘mirino’
  • Un plamp, ossia uno snodabile dotato di due pinze per tener fermo il soggetto da fotografare

Una volta scelto il soggetto, verificata la totale assenza di vento (che potrebbe anche far ruotare vorticosamente micro particelle di ‘sporco’ all’interno della goccia…oltre a costringerci ad abbassare i tempi di scatto e ad alzare gli ISO), eventualmente poste ad arte una o più gocce, siamo pronti per scattare. Ma dobbiamo verificare ancora una cosa, fondamentale, direi; se la rifrazione nella goccia ci soddisfa o no. Non ci sono limiti alla fantasia, da questo punto di vista. Possiamo decidere di far rifrangere il contesto, o un elemento specifico, come per esempio un fiore; in questo caso dovremo porre il fiore come ‘sfondo’ dell’inquadratura in modo tale che verrà ‘proiettato’ nella goccia. O possiamo far rifrangere sfondi colorati, scritte, disegni, o altro.

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Goccia di acqua su petalo di rosa. In questo caso la messa a fuoco è volutamente sulla superficie della goccia, e non più all’interno, per avere un effetto ‘perla’ non trasparente

A questo punto basterà fare molta attenzione alla messa a fuoco, e qui consiglio fortemente di utilizzare il light view della fotocamera o, ancora meglio, un’app da installare su uno smartphone o su un tablet (ancora meglio) che, dialogando con il dispositivo, ne sfrutterà lo schermo; in questo modo potremo vedere sullo smartphone o sul tablet, ingrandendo quanto vogliamo, l’immagine ripresa che sarà poi il nostro scatto. A questo proposito consiglio l’app DSLR Remote Control.

Naturalmente dobbiamo non dimenticare mai i concetti della macrofotografia, soprattutto quello secondo qui basta una variazione nell’inquadratura di frazioni di millimetro per perdere la messa a fuoco. Quindi, se abbiamo più di una goccia da mettere a fuoco e che si trovano su piani diversi (quindi a distanze diverse dal nostro obiettivo) sarà impossibile averle tutte a fuoco.

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Gocce di pioggia su ragnatela. Praticamente impossibile averle a fuoco con un unico scatto

L’unico modo è applicare la tecnica del focus stacking, che consiste nell’effettuare diversi scatti, andando a mettere a fuoco di volta in volta tutte le gocce e poi unire i vari scatti attraverso un software dedicato come Helicon Focus, o altri che si trovano in rete.

Alla luce di ciò possiamo comprendere che utilizzare quella tecnica di nebulizzare acqua sul soggetto è di sicuro effetto, ma ci costringe ad accontentarci di avere solo qualche gocciolina a fuoco.

Ecco perchè le scelte dipendono al solito da cosa vogliamo ottenere: se vogliamo cercare di avere un soggetto nitido, allora dobbiamo utilizzare una sola goccia o anche di più ma che siano tutte perfettamente allineate e che giacciano sullo stesso piano di messa a fuoco.

Ciao, alla prossima!

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La macrofotografia – aspetti generali

Ciao a tutti, ben ritrovati in questo spazio. Oggi affronteremo un tema generale che servirà come base per altri approfondimenti specifici: la macrofotografia.

Chi si avvicina a questo genere, il più delle volte, è attratto fortemente dalle foto che vede sui social, sulle riviste naturalistiche, alle mostre, ma è totalmente ignaro di quello che c’è dietro uno qualunque di quegli scatti. Un errore enorme è pensare che tutto sia frutto dell’attrezzatura… Sfatiamo subito questo falso mito e fissiamo un concetto fondamentale: la macrofotografia non può prescindere da un obiettivo macro (in realtà non è totalmente vero, ma per ora assumiamolo come postulato), ma non è che avendo un obiettivo macro siamo subito in grado di realizzare macrofotografia; c’è bisogno di tantissima pazienza, esperienza e conoscenza.

Andiamo per gradi, come al solito, e vediamo in cosa consiste un obiettivo macro: come primo indizio possiamo assumere che è un’ottica fissa che permette una riproduzione di un oggetto in scala 1:1, ossia i particolari di ciò che fotografiamo saranno riprodotti con la loro stessa dimensione sul sensore. Bisogna fare molta attenzione a questo aspetto, perchè è una delle due cose a cui badare quando si acquista un’ottica macro: ci sono in giro molti obiettivi che hanno la scritta “macro” ma che poi hanno un fattore di riproduzione ben più alto del 1:1… questi non sono veri obiettivi macro! Anzi, per avere degli ingrandimenti notevoli a volte i fotografi professionisti utilizzano ottiche con fattori di riproduzione ancora più spinti, 2:1, 3:1… quando non vengono utilizzati altri accessori che cercano di ingrandire ulteriormente il fattore di base (tubi di prolunga, per esempio).

L’altra caratteristica tecnica cui fare attenzione è la distanza minima di messa a fuoco, ossia quanto siamo disposti ad avvicinarci per poter scattare al massimo del dettaglio. Ogni ottica ha la sua distanza minima oltre la quale non riesce a mettere a fuoco, ma nelle macro questo aspetto ha una importanza enorme… Tutto dipende da cosa vogliamo fotografare e da quanto siamo disposti a spendere.

Se il nostro scopo è fotografare il microcosmo dei fiori e di oggetti per lo più statici, le ottiche comprese tra i 50mm e gli 85mm vanno più che bene; se invece desideriamo fissare i dettagli degli insetti, il minimo è 100mm ma, potendo, ottiche ancora maggiori sono l’ideale.

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Ripresa con obiettivo macro 100mm

Tutto ciò perchè all’aumentare dell’ottica, aumenta anche la distanza minima cui ci si può avvicinare, per cui avvicinarsi troppo potrebbe far fuggire l’insetto; già con un 100mm siamo ad una distanza minima di circa 29cm, che ci permette di scattare senza infastidire troppo il nostro soggetto. Non solo, ma visto che, come vedremo, è sempre consigliabile, quando non necessario, illuminare con il flash il soggetto (a slitta o ring montato sull’obiettivo), se per avere l’ingrandimento massimo siamo costretti ad avvicinarci troppo, avremo dei sicuri problemi di ‘interferenza’.

Naturalmente altra caratteristica essenziale è che sia un obiettivo luminoso, il valore f2.8 deve essere garantito. Poi, come vedremo, non utilizzeremo quasi mai l’ottica tutta aperta a 2.8, ma quel valore ci garantisce sulla luminosità e sull’aiuto che possiamo ricavarne per i tempi di scatto.

Molti lamentano l’assenza, in molti obiettivi macro, dello stabilizzatore di immagine. In realtà non è un requisito essenziale, perchè solitamente si scatta con il treppiede; naturalmente chi ha un obiettivo stabilizzato ha un aiuto in più per quando si trova sprovvisto di una superficie di appoggio, ma è anche vero che ha speso ben di più..

Ma veniamo alla lista degli ingredienti che ci servono per entrare nel microcosmo degli oggetti e degli insetti…

  • Una reflex
  • Un obiettivo macro
  • Un treppiede
  • Un flash a slitta, possibilmente con trigger per posizionarlo dove ci serve realmente
    Un comando remoto di scatto
  • Una quasi totale assenza di vento (per scatti in esterno)
    Una dose enorme di pazienza….

Altri ingredienti non esattamente necessari, ma auspicabili sono:

  • Un’app (per smartphone o tablet da collegare alla fotocamera per avere lo schermo del dispositivo connesso come ‘mirino’
  • Un plamp, ossia uno snodabile dotato di due pinze per tener fermo il soggetto da fotografare

Di tutti questi ingredienti il più importante è sicuramente la pazienza, perchè il controllo che si ha sul soggetto con un obiettivo macro è inferiore al millimetro.. (!!!) viene di conseguenza che la minima brezza di vento ci sposta il punto di messa a fuoco o ci costringe a tempi di scatto brevissimi…. Vi posso assicurare che fino a che non ho avuto un macro e ho cominciato ad utilizzarlo, non credevo fosse possibile una tale facilità di perdere il fuoco, anche solo con gocce su foglie o su petali, figuriamoci con insetti!! E non vi nascondo che mi sono molto demoralizzato, venendo da foto di dettaglio realizzate con un 17-50mm f2.8 poi molto croppate in fase di sviluppo… A volte tornavo a montare il 17-50!!!! Poi la passione ha avuto il sopravvento, mi sono documentato, ho sperimentato e finalmente sono cominciati a venire i primi risultati! 🙂

Prima accennavo all’utilizzo del flash. Molto spesso ci sarà di aiuto in questo tipo di fotografia, perchè generalmente cercheremo di avere quanta più porzione possibile del soggetto a fuoco, per cui dovremo chiudere non poco il diaframma. Questa scelta, come saprete e come ricorderete dall’articolo sul triangolo dell’esposizione, unita ad iso bassi per non generare troppo rumore digitale ci comporterebbe un tempo di scatto abbastanza alto (per avere una esposizione corretta). Ma un tempo di scatto alto è l’opposto di quello che ci serve, perchè siamo costretti, spesso, ad avere bisogno di un tempo breve per fermare insetti o anche solo per fermare una fogliolina che appena si muove a causa di un piccolissimo soffio di vento. E allora ecco che ci viene in aiuto il flash, grazie al quale possiamo arrivare anche a 1/250 come tempo di scatto ed avere tutto ben esposto. Tra l’altro utilizzando il flash a slitta con una coppia di trigger (un dispositivo che permette di comandare il flash a distanza non montato direttamente sulla macchina, come già indicato nell’articolo sul flash), possiamo posizionare il flash dove più ci serve; non solo, ma ci può anche aiutare ad ottenere effetti più plastici e tridimensionali facendo colpire il soggetto lateralmente in modo tale da ottenere parti in ombra.

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Di notte i ragni escono allo scoperto, per cui diventa fondamentale utilizzare i flash con trigger

Il mondo della macrofotografia è incredibile, si riescono a scoprire dettagli invisibili ad occhio nudo, e con un po’ di dedizione riesce a regalare veramente delle forti emozioni.

Tratterò in altri articoli altri approfondimenti relativi a questo mondo, per ora ci siamo già dilungati tanto e temo sempre che l’attenzione possa affievolirsi, dopo tante parole 🙂

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Fotografare la luna

Buongiorno a tutti, ben ritrovati in questo spazio. Dopo un po’ di teoria, oggi vi parlerò di qualcosa di molto pratico, come avete intuito dal titolo…

Fotografare la luna non è una cosa immediata, ci vuole un minimo di attrezzatura e di consigli giusti; ma una volta acquisito il tutto, diventa abbastanza semplice ottenere scatti dignitosi.

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Possiamo distinguere due modi di approccio, diversissimi tra loro: uno è quello in cui il nostro scopo è far vedere la luna quanto più grande possibile senza perdere dettagli, l’altro è quello che prevede la luna come parte di una composizione fotografica. A sua volta questo approccio si può dividere in altri due, uno in cui ‘sviluppiamo’ la nostra foto con un minimo di post produzione per regolare bene ombre ed esposizione, uno in cui operiamo due scatti che poi sovrapponiamo per avere tutti gli elementi della composizione a fuoco, ben esposti e con la giusta quantità di dettagli.
Partiamo da un concetto molto semplice, ma che può sfuggire a chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di fotografia. La luna è un corpo celeste luminosissimo…. riflette la luce del sole in modo pazzesco, e visto che dà il meglio di sé quando il sole è tramontato da ore e quando non ci sono altre luci che ci disturbano, è facile capire quale sia la difficoltà principale: fotografare in uno sfondo scurissimo un corpo luminosissimo… e soprattutto far venire una luna quanto più grande possibile per vederne i dettagli…

Naturalmente esiste una ‘ricetta’ per controllare tutte le variabili che possiamo incontrare per fotografare la luna grande e con dettagli, e per facilità vi elenco gli ‘ingredienti’:

  • Cielo terso, senza foschia e nuvole
  • Sole tramontato già da qualche ora
  • Assenza di inquinamento luminoso
  • Treppiede
  • Comando remoto di scatto
  • Teleobiettivo (con un 200mm già in risultati non sono male, ma per avere risultati più soddisfacenti è necessario avere un’ottica ancora più lunga…e più cara…)
  • già… una fotocamera!! 😀

Una volta posizionato il tutto impostiamo la fotocamera in manuale e assicuriamoci di avere gli ISO al valore più basso possibile consentito dalla macchina (in notturna soprattutto quanto più bassi sono i valori di ISO quanto meno rumore digitale si genera e poi sarebbe inutile avere ISO più alti, la luna è luminosissima…), una focale di f11 (ci interessa avere a fuoco un po’ tutto…) e un tempo di scatto che potremmo indicare in 1/100 (la luna e la terra si muovono, sono inutili e dannose esposizioni lunghe).

Naturalmente tutto dipende dalla fase lunare, per cui se fotografiamo la luna piena o una falce, il tempo di scatto varierà per fare entrare più o meno luce a seconda del caso. Fate delle prove, sperimentate. In linea di massima i tempi potranno variare da 1/10 (falce) a 1/250 (luna piena).

Quindi, impostata la macchina con i valori di scatto, possiamo tranquillamente affidarci all’AF.

A proposito…. una cosa importantissima: se avete un obiettivo stabilizzato (VR) e avete la fotocamera sul treppiede, DISATTIVATE il VR, è inutile ma soprattutto dannoso, perchè paradossalmente genera dei movimenti che vi faranno venire la foto mossa!!!

Se la nostra fotocamera lo consente, scegliamo dalla ghiera “modo di scatto” M-UP, che consente di effettuare lo scatto dividendo in due momenti quello che di solito accade in uno, ossia al primo impulso solleva lo specchio, e al secondo scatta. In questo modo le vibrazioni risultano al minimo.

Impostiamo infine l’utilizzo del comando remoto su ON e, se la fotocamera lo consente, su ON con M-UP, e scattiamo. In questo modo, quindi, dobbiamo pigiare due volte sul tastino del comando remoto: una prima volta per far alzare lo specchio e dopo pochissimo, 1 secondo va bene, ripigiamo per far scattare.

Finalmente abbiamo la nostra foto della luna!!

Un piccolo consiglio, ma qui la scelta può dipendere da gusti personali, consiste nel fotografare la luna quando non è piena. In questo modo la sua tridimensionalità, soprattutto al contorno con la parte in ombra, verrà esaltata e i crateri saranno molto più visibili..

Se non possediamo un telecomando (che comunque consiglio vivamente di acquistare, visto anche il prezzo irrisorio) si può ovviare facilmente impostando la ghiera “modo di scatto” su Autoscatto, in modo tale che per lo meno non trasmettiamo alla fotocamera il movimento del dito sul tasto di scatto.

A seconda di quanto lo vogliamo e di quanto siamo abili nell’utilizzare i software di post produzione (Camera Raw, Lightroom, Photoshop, Gimp ecc. ), possiamo poi intervenire sullo scatto per migliorarne la chiarezza, la gestione delle ombre limitatamente al corpo della luna isolandolo dal cielo.

Discorso diverso, ma non troppo, se invece vogliamo che la luna faccia parte di una composizione fotografica. In questo caso le nuvole a volte sono le benvenute, perchè riescono a dare un tono di drammaticità altrimenti impossibile. La presenza di alberi, tralicci o architetture da trattare in silhouette, regala un altro considerevole aiuto alla composizione con la luna.

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Naturalmente dov’è la difficoltà? La messa a fuoco e l’esposizione… non possiamo far venire tutto correttamente esposto e messo a fuoco, trattandosi di oggetti talmente diversi in luce e distanza. Per cui o ci accontentiamo del risultato ottenuto, oppure possiamo operare due scatti con il cavalletto: in uno diamo tutta la nostra attenzione alla luna, nell’altro al resto della composizione. Attraverso un software di post produzione o in generale di elaborazione di immagini digitali, possiamo unire i due scatti e far venire, con un po’ di lavoro, una foto che ci soddisfi. Possiamo utilizzare software a pagamento come Photoshop, oppure open source come Gimp; in rete se ne trovano tantissimi altri, ma andrei sul sicuro con questi due.

Ciao, alla prossima! 🙂

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“…il flash?? noooo… io non lo utilizzo mai…”

Buongiorno a tutti e ben ritrovati in questa rubrica; oggi parleremo del flash e del suo utilizzo in fotografia.

No, non sono impazzito, il flash ha una grandissima importanza in molti tipi di scatti; ovviamente non sto parlando di quello interno alle macchine, ma di quello “a slitta”, ossia che si monta al di sopra dei nostri corpi macchina.

Ah, sì…quelli per fare i matrimoni…… ecco un commento che ho ascoltato varie volte e che dimostra quanto sia nebuloso e poco affrontato, generalmente, questo argomento; ed è uno dei motivi che mi ha spinto a sceglierlo perchè possiamo chiarirci un po’ le idee e magari scoprire un fedele alleato..

Da quando ho scoperto il flash esterno, lo utilizzo spesso e lo porto sempre con me nello zaino; i suoi utilizzi sono svariati, pensiamo solo a quante fonti luminose e flash direzionati ci sono negli studi fotografici. Ed infatti si utilizza per lo più in ambienti interni, quando magari serve un tempo di scatto veloce, non vogliamo alzare gli ISO per non produrre rumore digitale e perchè magari ci serve un certo tipo di luce. Nelle macro, sia in interni sia in esterni, nello still life, nella ritrattistica, ha un utilizzo quasi fondamentale.

Sfatiamo subito la credenza, quindi, che il flash sia un attrezzo ‘da matrimoni’; in quell’ambito è indispensabile, ma il suo utilizzo è di gran lunga molto più ampio.

Andiamo per ordine, cosa abbiamo imparato dal flash delle nostre fotocamere? Che è meglio non usarlo…… già, perchè per il 99% dei casi la luce che genera non va mai bene.. è troppo forte, è troppo fredda, anche il viso più bello e tenero di un bimbo sembra invece uscito da un film dell’orrore… per non parlare delle ombre assassine generate dietro ogni soggetto… insomma una vera e propria malattia da evitare!!

Meno male che esistono i flash esterni e che si possono trovare, grazie alle ditte che producono modelli compatibili con le principali marche di fotocamera, ad un prezzo davvero accessibile.

I punti di forza sono tanti, ma soprattutto due: la direzionalità e il controllo, automatico o manuale, dell’intensità della luce. E potrei fermarmi qui, perchè con queste due caratteristiche abbiamo già risolto una serie infinita di problemi. Ed invece, prima di addentrarmi nel merito, vorrei elencare anche altre proprietà, come ad esempio la connettività wireless e quindi il controllo di uno o più flash posti non necessariamente sulla macchina e la possibilità di poter ‘colorare’ la luce attraverso la nostra fantasia…

Una volta montato sulla nostra macchina, il flash, autoalimentato dalle batterie interne, dialoga con la fotocamera attraverso i contatti in cui è fissato. Ecco perchè nella cosiddetta modalità TTL riconosce automaticamente l’ottica con cui si sta scattando, la velocità di scatto ecc. e si ‘adegua’ ai valori impostati sulla macchina per produrre il lampo più indicato. Ha un solo limite, da questo punto di vista. Che può essere sincronizzato con un valore massimo di tempo di scatto che si aggira intorno a 1/250s; questo significa che non possiamo utilizzare il flash se vogliamo un tempo di scatto inferiore, perchè genereremmo delle zone buie nello scatto. Questo avviene perchè nelle reflex quando impostiamo un tempo di scatto non facciamo altro che dire alla macchina quanto tempo deve passare tra due tendine che si alzano e si abbassano (e all’interno delle quali viene catturata l’immagine); se il tempo impostato è più veloce di quello massimo possibile per il flash, succede che quando il lampo parte, troverà la seconda tendina già chiusa (o parzialmente chiusa), generando quindi parti buie…

Oltre al modo TTL c’è anche quello manuale, con il quale si imposta l’intensità del lampo emesso in base alle nostre necessità del momento; per questo c’è bisogno di sperimentare molto, ma una volta padroneggiato riesce a regalare molte soddisfazioni.

Ma quando e come lo usiamo? Ammettiamo di essere ad una festa di bimbi in un ambiente interno; saremmo costretti ad impostare un tempo basso di scatto, visto che i bambini si muoveranno velocemente, magari apriremmo anche il diaframma per far venire un po’ tutto a fuoco (tranne magari qualche primo piano stretto)… bene, ci ritroveremo a dover impostare gli ISO molto alti, forse troppo per non far generare rumore alla nostra fotocamera. E allora si risolve tutto con il flash esterno, possiamo anche abbassare gli ISO e come per magia le nostre foto risulteranno ben bilanciate. Il suo utilizzo garantisce una luce omogenea e, gestendo bene la sua direzionalità, anche una quasi assenza di ombre. Già, perchè può essere direzionato! Infatti eviteremo di ‘sparare’ il lampo sul viso dei nostri soggetti, direzionandolo verso il soffitto, per esempio; in questo modo la luce del flash rimbalzerà sul soffitto per cadere sul soggetto in maniera omogenea.

Altro modo di ‘governare’ la luce del flash è quello di utilizzare un diffusore da montare sulla lampada; in questo modo il lampo è meno accecante e la luce è più distribuita.

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Possiamo anche direzionare il flash su un muro per ottenere la stessa cosa, ma in questo modo avremo un’ombra più laterale che esalterà la tridimensionalità. Attenzione a non accecare qualcuno puntando il flash lateralmente!! 😉

L’altro aspetto su cui vorrei soffermarmi è la connettività wireless del sistema che permette, quindi, di comandare il flash anche se non montato sulla macchina. Gli utilizzi e gli esempi possibili sarebbero infiniti, vi faccio un esempio di uno scatto e di come l’ho realizzato.

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Per poter fotografare le spire di fumo mi son servito di un fondo nero, di un incenso acceso, di un cucchiaino freddo posizionato sull’incenso per esaltare le volute di fumo, della fotocamera su treppiede e del flash posizionato sulla scrivania e indirizzato verso il fumo (in realtà verso un foglio bianco che poi ha riflesso la luce verso il fumo). Per concentrare ulteriormente la luce del flash, ho costruito un tubo di carta rivestito internamente di carta di alluminio montandolo direttamente sul flash.

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er arricchire il tutto avrei potuto anche utilizzare un foglio colorato che avrebbe potuto riflettere sul fumo una luce colorata, o anche operare alla base, optando per delle gelatine colorate che si pongono sulla lente del flash garantendo quindi un lampo colorato.

Naturalmente per poter comandare il flash senza montarlo sulla macchina c’è bisogno di un trigger, ossia di un oggetto composto da un ricettore e un trasmettitore che dialogano in wireless.

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La nostra fantasia trova in questo oggetto un alleato incredibile e probabilmente poco esaltato…

Ciao, alla prossima!

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Il bilanciamento del bianco

Ciao a tutti e ben ritrovati in questo spazio! Oggi affronteremo il tema del Bilanciamento del bianco e la Temperatura colore.

Per parlare di questo argomento, dobbiamo necessariamente premettere una nozione di fisica, ovvero il concetto di Temperatura colore della luce; questa è una grandezza fisica che si misura in Gradi Kelvin (K), e va dai 1000 K ai 10000 K. Il valore inferiore indica una luce calda, il valore superiore una luce fredda.

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Abbiamo un po’ tutti un’idea di questo concetto, perchè quando scegliamo le lampadine di casa possiamo farlo in base all’effetto che vogliamo ottenere rispetto all’ambiente in cui dovranno essere posizionate.

Naturalmente ritroviamo queste temperature di colore direttamente in natura, per cui non facciamo fatica a capire, osservando lo schema, che la luce del giorno è bianca neutra, quella del tramonto è bianco calda e quella del cielo nuvoloso è bianco fredda (perdonatemi se sto banalizzando molto il concetto, ma in questo modo credo sia più chiaro per tutti).

Una volta chiarita questa nozione, mettiamola da parte e vediamo come tutto ciò sia importantissimo nella fotografia.

Quando inquadriamo un soggetto, cosa succede? Il sensore della nostra fotocamera viene letteralmente investito dalla luce, a qualsiasi temperatura colore essa sia. Ne viene di conseguenza che il controllo della sua temperatura sia fondamentale per una corretta reso dello scatto.

Solitamente la fotocamera cerca di misurare la temperatura del colore regolandone il bilanciamento nell’immagine ottenuta. Tuttavia, come capita con tutti i meccanismi automatici, non sempre è soddisfacente, a volte viene ‘ingannata’ dalla quantità e qualità della luce, altre volte siamo proprio noi a desiderare un effetto piuttosto che un altro.

Ed allora ci viene in aiuto il bilanciamento manuale del bianco, ossia la possibilità di regolare la temperatura colore dello scatto in base alla temperatura colore della luce presente.

Altra possibilità è quella di scegliere le “scene”, di cui abbiamo parlato nella puntata su “I modi di scatto”; selezionando come scena “interni”, “neve”, “nuvoloso” ecc. non si fa altro che dare alla fotocamera un’indicazione relativamente alla temperatura colore dell’ambiente.

Ma come opera la fotocamera in automatico e come possiamo scegliere i valori corretti in bilanciamento manuale?

E’ molto semplice, concettualmente: se abbiamo una luce d’ambiente calda (per esempio un tramonto o un’illuminazione artificiale calda), dobbiamo bilanciare questa temperatura con una più fredda e, viceversa, se abbiamo una luce d’ambiente fredda (per esempio un cielo nuvoloso o un’illuminazione artificiale fredda), dobbiamo bilanciare questa temperatura con una più calda.

Ma nelle fotocamere (e nei software di Post Produzione) questi valori sono invertiti rispetto alla scala precedente, perchè sono valori che devono bilanciare la temperatura colore della luce d’ambiente. Per cui se abbiamo bisogno di rendere più calda una luce, dobbiamo aumentare il valore di bilanciamento del bianco, se invece abbiamo bisogno di rendere più fredda una luce, dobbiamo diminuire il valore del bilanciamento del bianco.

Facciamo un paio di esempi così sarà tutto più chiaro.

Quante volte abbiamo fotografato amici e parenti nelle case e i visi sono venuti tutti troppo gialli? Questo è avvenuto perchè l’impostazione del bilanciamento del bianco era in automatico oppure il valore impostato era troppo alto per la temperatura colore delle sorgenti luminose presenti.

Oppure quante volte un’alba o un tramonto erano bellissimi ai nostri occhi ma troppo freddi nell’immagine risultante? Come prima, o il bilanciamento era in automatico o era impostato troppo basso…

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Bilanciamento automatico, la macchina ha scelto come valore 5000 K, decisamente troppo

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Bilanciamento manuale, temperatura colore scelta 3200 K, resa ottimale dell’ambiente

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Bilanciamento automatico, la macchina ha scelto come valore 3450 K, decisamente troppo basso

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Bilanciamento manuale, temperatura colore scelta 5000 K, resa ottimale dell’ambiente

Naturalmente tutte queste considerazioni possono anche essere utilizzate per avere un controllo creativo sulla temperatura colore nei nostri scatti; decidendo autonomamente di avere una luce più calda o più fredda, possiamo ottenere dei risultati diversissimi che possono valorizzare molto alcuni soggetti.

Non dimentichiamo che negli studi di marketing, la quantità e la qualità della luce con cui viene proposto un oggetto è fondamentale per la sua vendita ed appetibilità al consumatore…

Ciao, alla prossima 🙂

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